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Siamo ad Ampha, la capitale del regno di Arraia, in un vicolo chiamato “Vicolo dei Sette Peccati”, anche se di peccati ne conteneva realisticamente solo tre e nemmeno particolarmente originali.
Ubriachezza, un accenno di contrabbando e un uomo che vendeva formaggio senza licenza con l’aria di chi considerava quella la sua vera vocazione mancata.
In fondo al vicolo, tra una bottega di ombrelli chiusa da tempo immemore e un muro che si reggeva in piedi più per pura abitudine che per volontà, c’era una porta.
Non era una porta interessante, questo va detto subito a scanso di equivoci. Non brillava e non pulsava di energia magica, non aveva rune che si illuminava al passaggio di persone speciali e non era segnata su nessuna mappa del tesoro comprata da qualche venditore losco.
Era una porta di legno, leggermente gonfia vicino al cardine in basso e una maniglia di ottone che qualcuno puliva regolarmente con scarsissimo risultato.
Sopra di essa, un’insegna diceva
L’Ultima Locanda
Davanti a quella porta si trovava un giovane con una lettera in mano e un’espressione a metà tra l’entusiasmo e il sospetto di essere stato oggetto di uno scherzo di pessimo gusto.
Rilesse la lettera per la quarta volta:
Egregio Signor Dorian,
siamo lieti di confermarLe l’assunzione presso l’Ultima Locanda, Vicolo dei Sette Peccati, civico assente perché tanto lo sanno tutti dov’è, per la mansione di cameriere.
Si presenti domani mattina all’apertura. Porti entusiasmo ma nessuna aspettativa sullo stipendio.
Distinti saluti,
La Direzione
Il problema era che lui non ricordava di essersi candidato per fare il cameriere.
Ricordava, questo sì, di aver lasciato una domanda scritta a mano da qualche parte qualche settimana prima per un posto da suonatore di liuto presso una locanda. Ma non ricordava il nome della locanda.
Lo aveva fatto perché era in quel momento della sua vita in cui era convinto che il liuto fosse la sua vera vocazione. Come lo era stata, in tempi diversi, la scherma, la poesia e per tre settimane particolarmente imbarazzanti, la divinazione tramite budella di pollo.
Aveva consegnato la domanda a un uomo con un cappello grande che gli aveva assicurato con calore che il posto era praticamente il suo.
L’uomo, con il senno di poi, non gli era sembrato del tutto affidabile. Ma quando qualcuno ti dice “fidati di me” con quel tono caldo e sicuro, la parte del cervello che dovrebbe dubitare va sempre una pausa caffè.
Dorian guardò di nuovo la lettera, poi la porta e infine di nuovo la lettera.
“Va bene” pensò, con quella logica interna che gli aveva causato più problemi di quanti ne avesse mai risolti, “Forse il liuto era solo un equivoco, una metafora e il destino ha in serbo per me qualcosa di grande.”
Bussò.
Nessuno rispose.
Bussò di nuovo, questa volta con la sicurezza di chi ha deciso che il secondo colpo suonerà più professionale del primo.
«Perché bussi?» disse una voce, «È una locanda questa, non uno di quei negozi dove serve prendere appuntamento.»
Dorian si guardò intorno prima di capire che la voce proveniva dal batacchio della porta. Un batacchio che avrebbe potuto giurare non esserci un attimo prima.
Il batacchio aveva la forma di un volto da gargoyle con due occhi di pietra socchiusi e una bocca che sembrava scolpita apposta per esprimere disapprovazione cronica con un anello che scorreva tra i denti accuminati.
«T…tu parli.» balbettò Dorian.
«E tu osservi l’ovvio con un ritardo preoccupante. Direi che siamo pari.»
«Ehm…sono qui per il lavoro.» disse, sollevando la lettera come prova, «Mi chiamo Dorian.»
«Sei per caso quello a cui hanno fatto il ritratto?»
«No. Non che io sappia almeno.»
»Va bene entra.»
La porta si aprì da sola con un cigolio che sembrava più un sospiro rassegnato che un suono meccanico.
«Mi chiamo Bricco» disse il batacchio, «e no, non è divertente. Ho già sentito ogni battuta possibile su un batacchio che si chiama Bricco.»
«Grazie.» disse Dorian indeciso se entrare o meno.
«Su entra, l’apertura è domattina ma tanto ormai sei qui e fuori piove.»
«Non sta piovendo.» fece notare Dorian.
«Pioverà,» disse Bricco, con la sicurezza di chi ha visto troppe cose per sbagliarsi sul meteo, « e io non voglio sentirmi in colpa per essere stato scortese col primo nuovo assunto da mesi. Entra.»
Dorian entrò.
L’interno non era quello che si era aspettato, anche se in tutta onestà dopo il benvenuto, non sapeva cosa aspettarsi. Ma anche se avesse saputo cosa aspettarsi, difficilmente sarebbe bastato.
La sala era circolare, con una precisione un po’ presuntuosa che hanno solo gli edifici progettati da qualcuno che ha smesso di considerare la geometria un vincolo e ha cominciato a trattarla come un suggerimento facoltativo.
Al centro esatto troneggiava un bancone perfettamente tondo, come il mozzo di una ruota che nessun carpentiere sano di mente avrebbe mai accettato di costruire. Abbastanza grande da permettere a chi ci lavorava dentro di girarsi con un solo movimento e servire in tutte le direzioni.
Dal bancone partivano, come i raggi di una ruota disegnata da un ubriaco con scarse capacità architettoniche, dei muri che dividevano la sala in svariati settori e corridoi. Il pavimento era diverso in ogni settore e ognuno aveva una porta nella parete più lontana dal bancone.
Sedie e tavoli erano sparsi con una disposizione che sarebbe sembrata casuale ma che qualcuno, in realtà, aveva pensato con cura per evitare che due gomiti si scontrassero per sbaglio.
Alcuni caminetti spenti erano posizionati nei muretti divisori tra una sezione e l’altra, per la clientela sempre freddolosi anche nelle sere d’estate. Dietro alcune colonne, dove la luce faticava ad arrivare, c'era una zona più riservata, per chi preferiva non essere visto affatto..
Dietro il bancone una donna stava contando delle monete con la concentrazione di chi considera quel gesto una forma di preghiera. Alzò lo sguardo solo quando ebbe finito di contare, il che richiese un tempo che a Dorian parve eccessivo rispetto alla quantità di monete visibili.
«E tu chi saresti?» chiese, senza particolare curiosità.
«Dorian. Il nuovo assunto.»
La donna, che Dorian dedusse fosse la “Direzione” della lettera, lo squadrò dalla testa ai piedi con la stessa attenzione che avrebbe riservato a una cassa di vino di dubbia provenienza.
«Sei magro.» disse infine, «E i magri mangiano meno in pausa ma reggono peggio i vassoi pieni. È un compromesso che devo ancora decidere se mi conviene.»
«Piacere di conoscerla.»
«Orsolina Vetch,« disse la donna, tornando alle sue monete come se la presentazione avesse esaurito ogni suo interesse per la conversazione, «Orsa, se proprio devi chiamarmi in qualche modo. Cameriere giusto?»
«Sulla lettera c’è scritto così, si. Anche se io avevo fatto domanda per…»
«Non mi interessa per cosa avevi fatto domanda.» lo interruppe Orsa, con quella efficienza di chi ha già avuto questa conversazione altre volte e sa esattamente dove va a finire se la si lascia proseguire, «Mi interessa che la Gilda dei Sindacati impone una quota minima di personale non specializzato per coprire al meglio i turni e i posti a sedere. Tu sei arrivato con una lettera di assunzione che qualcuno, da qualche parte, ha autorizzato. Quindi complimenti, sei la mia quota.»
«La sua quota.» ripetè Dorian, con il tono rassegnato che gli veniva naturale davanti alle cattive notizie.
In quel momento la porta a sinistra del bancone si spalancò con violenza sufficiente a far tremare due bicchieri.
Ne uscì una ragazza, sui vent’anni, capelli scuri raccolti male, un vassoio vuoto tenuto come un’arma e un’espressione che comunicava con chiarezza inequivocabile che la sua serata era già rovinata e non erano ancora le undici del mattino.
«Orsa,» disse, senza guardare Dorian, come se lo avesse registrato solo nella parte del cervello riservata alle cose non urgenti, «la stanza sei di Jarbois vuole sapere perché la zuppa sa di sapone.»
«Perché?»
«Perché il lavapiatti ha lavato le pentole con il sapone e non le ha risciacquate bene. Come ieri e come l’altro ieri e come tutta la settimana scorsa.»
«Digli che è una ricetta tradizionale.»
«Gliel’ho già detto ieri. Mi han guardato malissimo. O parli tu con Igor o farà fatica a lavare i piatti nelle prossime settimane.»
«Sai che non posso licenziarlo,» disse Orsa, «ci penso io.»
La ragazza la guardò con la pazienza di chi ha smesso da tempo di aspettarsi soluzioni sensate e si accontenta di qualsiasi soluzione.
«E questo chi è?»
«La quota.» disse Orsa.
«Ah,» disse la ragazza, guardando Dorian con un misto di compassione professionale e stanchezza sincera, «un altro.»
«Un altro?» disse Dorian, con quell’entusiasmo fuori luogo che gli veniva naturale, «Ce n’erano altri prima di me?»
«C’erano.» disse la ragazza, «Mi chiamo Fenna. Un consiglio gratuito, il primo e l’ultimo che ti do senza farmelo ripagare in favori, qualsiasi cosa Orsa ti dica essere semplicissima, non lo è.»
«Non è vero.» disse Orsa, senza alzare lo sguardo dalle monete.
«La settimana scorsa mi hai detto di portare il vino in stanza quattro. Semplicissimo, hai detto.»
«Lo era.»
«Sono tornata senza sopracciglia e un cliente pensa ancora oggi che sia un demone venuto a reclamare la sua anima.»
«Le sopracciglia ricrescono.»
Fenna non rispose e Dorian avrebbe imparato col tempo che quello era spesso il suo modo più eloquente di rispondere.
Si voltò di nuovo verso di lui, con quella valutazione rapida e definitiva che sembrava una specialità in quella locanda.
«Sai almeno reggere un vassoio?»
«Ho fatto domanda per suonare il liuto.»
Ci fu silenzio.
«Questo,» disse Fenna infine, rivolta più al soffitto che a chiunque altro, «spiega molte cose sulla giornata che mi aspetta.»
Bricco, posizionato questa volta nella parte interna della porta, emise un suono che su un batacchio di pietra poteva considerarsi una risata, se le risate fossero fatte di pietra scricchiolante e malizia pura.
«Benvenuto all’Ultima Locanda.» disse, «Impara la regola d’oro, te la do gratis perché sono di buon umore, esci sempre dalla porta da cui sei entrato. Le altre regole le imparerai a tue spese, come tutti.»
«Quante sono in totale?» chiese Dorian, con una curiosità innocente che gli aveva impedito di notare il cartello proprio sopra la porta, con la stessa identica scritta.
Orsa, Fenna e Bricco si scambiarono uno sguardo, un'impresa notevole considerando che uno dei tre era un oggetto architettonico privo di collo.
«Cresce e diminuisce mensilmente.» disse infine Fenna, «Vieni, ti faccio vedere la tavola delle regole. È in cucina.
Dorian la seguì, con quel ottimismo indistruttibile che lo aveva accompagnato attraverso il liuto, la scherma e le budella di pollo. Era convinto, nel profondo, che fosse finalmente la vocazione giusta.
Aveva torto, ovviamente. Ma questo lo avrebbe scoperto solo più avanti e con dolore fisico diretto.